La salute è un diritto e non riguarda solo il nostro corpo. È ormai ben noto, infatti, che mente e corpo sono un'unità, comunicano e si influenzano reciprocamente.
Spesso però siamo abituati a pensare che solo il nostro corpo possa legittimare l'esistenza di un malessere e farsi portatore della sofferenza attraverso sintomi tangibili e riconoscibili.
Quando il malessere fisico arriva "da fuori" (come nelle infezioni, nelle intossicazioni alimentari, negli incidenti ecc.) sembra molto più facile poter dire "sto male", "aiutatemi", "prendetevi cura di me".

In periodi simili non siamo in grado di lavorare, di risolvere problemi, di sorridere, semplicemente perché stiamo male, il nostro corpo si sente vulnerabile e la sofferenza influenza il nostro umore e l'immagine di noi stessi.
Le emozioni che si attivano nello stato di malessere risuonano dentro di noi e amplificano lo stato di dolore in cui ci troviamo. La nostra esperienza emotiva può diventare una voce preziosa per dedicarci quel tempo necessario nel prenderci cura del nostro corpo e della nostra sofferenza.
Ma cosa accade quando a star male è la nostra psiche?
In questi casi, quando sembra che il nostro corpo non dia immediati ed evidenti segnali di malessere, allora pensiamo di poter ignorare quella sofferenza o negarla. In questo modo ignoriamo quel campanello d'allarme emotivo, il dolore, che ci indica che c'è qualcosa che non va, che non abbiamo sufficienti risorse per affrontare la situazione, che c'è un carico psichico troppo pesante da portare.

Gli eventi traumatici sono infatti influenzati da due variabili: intensità e frequenza (Herman, 1992), che nel nostro corpo regolano l'arousal, ossia lo stato di attivazione neurologica.
L'intensità definisce un evento come più o meno acuto, mentre la frequenza informa rispetto alle "volte" in cui quell'evento si è ripetuto nel tempo.
In questo periodo particolare di emergenza COVID-19 abbiamo fatto esperienza di un evento psicologicamente e fisicamente traumatico che ha coinvolto tutto il mondo con intensità e frequenze diverse. Alcuni hanno fatto esperienza diretta dello stato di emergenza. C'è chi è stato fisicamente colpito dal virus e ha sofferto prima di tutto con il corpo, vivendo stati di attivazione acuti e molto intensi fino a sperimentare il rischio di morire a causa del virus. Molti operatori sanitari e sociali hanno sperimentato la crisi dei reparti ospedalieri, esposti a stati di stress molto acuti. D'altro canto c'è chi ha vissuto questo periodo affrontando piccoli cambiamenti, frustrazioni e malesseri a bassa intensità, ma ad alta frequenza, nel corso di un arco di tempo che ormai si protrae da mesi. Questi piccoli ma significativi cambiamenti hanno modificato la nostra quotidianità, il modo in in cui ci relazioniamo agli altri, le nostre abitudini. Fare i conti con l'isolamento ha amplificato risorse e difficoltà, richiedendo nuove capacità di adattamento.
Come specialista ritengo sia importante valutare e affrontare le diverse situazioni nella loro specificità, riconoscendo la giusta importanza anche nei casi di esposizione meno acuta, che a causa della continua frequenza possono provocare effetti traumatici da non sottovalutare.
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